Salvataggio bambina, qualcosa non torna

15.12.2024

La notizia di una bambina di 11 anni, unica sopravvissuta di un naufragio avvenuto al largo di Lampedusa, colpisce profondamente e solleva inevitabilmente una serie di interrogativi. Secondo il suo racconto, l'imbarcazione con 45 migranti era partita tre giorni prima da Sfax, in Tunisia, e sarebbe affondata a causa di una tempesta. La bambina, originaria della Sierra Leone, ha resistito in mare per giorni prima di essere salvata dai soccorritori.

Storie come questa sono tragiche e sembrano sottolineare l'orrore delle condizioni che spingono persone, tra cui bambini, a rischiare la vita in mare. Tuttavia, il racconto desta perplessità logistiche e fisiche: come può una bambina di 11 anni resistere per tre giorni in mare aperto, con condizioni atmosferiche avverse, tempesta e acqua gelida, senza cibo o acqua? E come è stata l'unica superstite, mentre tutti gli altri adulti e compagni di viaggio sarebbero morti?

Questi dettagli lasciano spazio a domande che andrebbero approfondite. La tragedia dell'immigrazione è reale, ma non bisogna permettere che diventi uno strumento di narrazioni emotive che oscurano una riflessione critica sui fatti. La sicurezza delle rotte migratorie, il ruolo delle ONG e il contrasto al traffico di esseri umani e il ruolo degli Stati nelle responsabilità condivise meritano discussioni approfondite, non solo il racconto drammatico di una vicenda il cui contorno è ancora da chiarire.

Resta il dolore per una vita giovanissima segnata da questa tragedia, ma è cruciale mantenere alta l'attenzione sulla veridicità e sulle implicazioni di ogni racconto per costruire politiche giuste e umane che rispettino la dignità e la realtà di chi soffre.

Viviamo in un mondo in cui ci insegnano a credere ciecamente a tutto ciò che viene mostrato in TV o scritto sui giornali più gettonati, senza nemmeno fermarci un momento a riflettere. Vogliono che accettiamo le loro verità prefabbricate, confezionate su misura per farci ingoiare tutto, senza fare domande.

Ci dicono che l'uomo è andato sulla Luna, ma non mostrano mai prove tangibili. Ci bombardano con immagini patinate e montaggi perfetti, ma guai a chiedere come abbiano fatto a trasmettere tutto questo nel 1969 con una tecnologia rudimentale e a passare le fascie di Van Allen, zona altamente impossibile da superare per un essere umano.

Il siero anti-Covid? Un salvataggio globale, ci dicono, sapendo che mentono, ma nessuno si prende la briga di parlare degli effetti collaterali, degli interessi miliardari delle case farmaceutiche, dei contratti segreti firmati dai governi.

E poi vogliamo parlare delle due torri? Ci hanno detto che due aerei hanno buttato giù grattacieli progettati per resistere agli impatti. Una spiegazione che non regge nemmeno a un'analisi superficiale, eppure milioni ci hanno creduto. Credono persino che una bambina di undici anni possa sopravvivere tre giorni in mare con una tempesta invernale, giusto perché fa comodo alimentare certe narrazioni emotive.

Il problema è che ci hanno condizionati sin da bambini. Dai cartoni animati dove tutto è possibile, alle storie senza logica di supereroi indistruttibili, ci hanno abituati a sospendere il pensiero critico. Poi, da adulti, ci rifilano favole più sofisticate: basta che appaiano in TV o le dica qualcuno in giacca e cravatta e la gente ci crede.

La verità è che viviamo in un sistema che ci vuole schiavi del pensiero unico, incapaci di analizzare e dubitare. Ma c'è una cosa che loro temono più di tutto: che cominciamo a farci domande, a pensare con la nostra testa, a smontare il loro castello di bugie. È ora di svegliarsi e rimettere in discussione tutto, perché la verità non è mai quella che ti viene servita su un piatto d'argento.

Siamo con la bimba di 11 anni che sia rimasta in mare un'ora, un giorno o 365 giorni, ma le bugie hanno sempre le gambe corte, ed è solo pensandoci per un minuto che la logica ci porta a dubitare. 

Djàvlon